OSSERVATE LA PIANTA DI FICO

29.11.2014 10:27

Domenica inizia l’avvento, il periodo forte dell’avvento. Festeggio con i miei cari e mia mamma novantenne il mio onomastico, Andrea quello che portò il fratello Pietro a Gesù: “Abbiamo trovato il Messia”. Si chiude la 34 a settimana del T.O. con il brano del vangelo di Luca che è breve, corto, ma denso, di spessore:” osservate la pianta di fico e tutti gli alberi, quando già germogliano, capite voi stessi guardandoli, che ormai l’estate è vicina”. Ora che cosa vuol dirci Gesù prima dell’inizio dell’Avvento? Ci mette di fronte il ciclo, in cui l’estate è la pienezza, la maturità, e la primavera il periodo in cui crescere e osservare per comprendere, dall’infanzia all’adolescenza in cui ci si accorge che sta per giungere la maturità cioè la pienezza, e già si sente che arriverà l’autunno, il declino, poi l’inverno, il lungo sonno a cui farà seguito la primavera cioè l’infanzia che porterà all’adolescenza, il ciclo della vita. Il primo è il ciclo vitale biologico, dopo il primo inverno si attende il ciclo eterno in cui la primavera, quella primavera sarà la resurrezione, la definitività. Gesù interroga i suoi discepoli e chiede:” ma la gente chi dice che io sia?” La risposta dei discepoli, di coloro che gli sono intimi, più prossimi è un disastro, perché riportano non cosa pensa la gente, ma ciò che di riflesso pensano loro, cioè che Gesù non è ciò che dice di essere perché i discepoli non sono ciò che sono, ma altro, cioè non si conoscono per cui non possono conoscere. Solo Pietro parla con cognizione di causa, ma Gesù di quelle parole, di quell’evento specifica che la risposta di Pietro non è farina del suo sacco, ma è comunque beato perché ha dato voce a Dio. Pietro emette una sentenza che è così, che è la verità, che è definitiva perché è la definitività e ciò perché lasciandosi guidare non riporta, non ripete pedestremente, ma attraverso la guida e l’affidamento si mette nelle mani della conoscenza, conosce e se conosce può parlare, dire. Affermerà più tardi in una sua lettera che l’umiltà è questo affidamento è questo farsi guidare, definito da Pietro l’atto, l’azione di gettare ogni preoccupazione nel Signore. L’incontro con il Signore porta dunque alla conoscenza, sviluppa la conoscenza, è conoscenza, e questo monito è raccolto e rappresentato da Michelangelo nella volta della Sistina, in Dio che tocca con il suo dito il dito dell’uomo e gli dà, gli conferisce, gli trasmette la vita, dunque la capacità di pensare, di conoscere. Dio nel celebre affresco è avvolto da drappi, angeli e da una nuvola, da cui fuoriesce, e quella forma in cui è contenuto è il perimetro di un cervello a dire che la conoscenza dà vita, che la conoscenza è Dio, e conferma ciò che san Giovanni della Croce affermò anni dopo: che un pensiero dell’uomo vale più dell’Universo intero, perché in esso è contenuto Dio, è frutto del suo disegno. Come si può dunque condannare una deduzione che è frutto, elaborazione del pensiero? O come si può condannare il pensiero stesso di un uomo quando questo scaturisce dalla coscienza? Scrive Seneca a Lucillo:” e se vorrai fare attenzione comprenderai che gran parte della vita se ne va nel fare il male, la maggior parte nel non fare nulla, tutta la vita nel disperdersi in altre cose estranee al vero senso della vita. Chi potrai indicarmi che attribuisca un giusto valore al tempo che tengo in pugno le giornate, che capisca di morire un po’ ogni giorno?” E concludo oggi forse riteniamo già di essere nello stato definitivo, ma prima di ciò deve calare su di noi l’inverno, poi verrà la primavera ma prima come scrive Luca riportando le parole di Gesù dovranno passare cielo e terra e conclude: solo le mie parole non passeranno, le parole frutto di un pensiero, di un pensiero di uomo, di Gesù.