DUNQUE DEDUCO E TRADUCO.

06.11.2014 07:06

Riallacciandomi al discorso di ieri sono sicuro e convinto di non avere scritto falsità e calunnie, ma di avere raccontato dei fatti. Circa l’accusa di dedurre… Non può essere un accusa la deduzione, altrimenti si metterebbe in discussione un metodo. Si osserva, si pensa a ciò che si è osservato, quindi si traggono da un ragionamento delle conclusioni. E’ un lavoro di ricerca avendo a disposizione degli indizi. Si seguono degli indizi, cioè delle provocazioni di altri. Si deduce perché spinti da altri e razionalmente cioè con razionalità e intelligenza. Il metodo deduttivo ha origine dall’intelligenza, dal mettere insieme, dal supporre. E’ un metodo coraggioso se non si deduce non si può giungere a una tesi, quindi ad un antitesi e alla sintesi finale. La deduzione è dunque l’origine, da cui la genesi. Non deve essere colpito eccellenza reverendissima se c’è chi deduce, al contrario dev’essere colpito da chi non sente la necessità di dedurre, perché significa essere piatti, avere perso quella voglia di cercare, ricercare, scavare, andare a fondo. La deduzione è la scintilla, è ciò che scatena… Non dev’essere addolorato, ma fiero di chi usa l’intelletto ma non l’istinto. Non è istintiva la deduzione ma frutto di lavoro intellettuale ci si addolora per chi non usa l’intelletto ma… la pancia. Ho sicuramente maturato un’idea su di lei, sui fratelli laici e sui confratelli sacerdoti ma differente dalla sua eccellenza reverendissima. Abbiamo com’è giusto che sia opinioni diverse. Posso anche dire che lei generalizza, che usa la parola “scrivi” in blocco, io non generalizzo. Alcuni fratelli laici o semplicemente laici a cui lei tiene particolarmente tanto da averli individuati nei miei scritti sono per il loro comportamento più che laici chierici. A questi farebbe meglio consigliare di mettersi da parte per fare in modo che tutti possano partecipare, (cioè anche altri), la vita è una Pasqua, un passaggio, c’è tempo per… e tempo per… recita l’Ecclesiaste. Il sapersi mettere in disparte richiama la figura del Battista che fa crescere. Per i laici di cui si circonda è tempo di fare crescere gli altri, se non l’Altro e non solo se stessi. Poi la coerenza di vita, alla vita cristiana, ai dettami del Vangelo e al buon senso. Pochi impegni e per poco tempo, più tempo al coniuge e ai familiari stretti (bambini e anziani). Quello che lei chiama falsità, calunnie e che io chiamo verità in fondo sono osservazioni su alcuni componenti la comunità cristiana. Se qualcosa non va sono tenuto a dirlo costi quel che costi, e lo sto dicendo da anni e da anni da lei non sono ascoltato. Dire la verità è impegnativo per noi cristiani, la verità è il Cristo stesso, non si può sporcare la Parola. Pilato non sa rispondere cosa sia la verità “cos’è la verità?”, non la definisce, non può definirla perché di fronte a lui la Verità è Persona, è il Cristo stesso e forse Pilato si accorge di ciò, lo deduce, ma non ha il coraggio di affermarlo. Per affermare la verità dunque è necessario coraggio, per perseguire la verità è necessario sacrificio sino alla croce, salendo su di essa messo dagli altri, da quelli che contano. Com’è giusto che sia abbiamo opinioni diverse, solo dalla diversità e nella diversità si da inizio al dialogo non certo con le minacce e gli insulti. Da lei padre, pastore, raccolgo minacce: “ temo che possano ricadere su di te. Ne sarei davvero dispiaciuto”. E insulti neanche velati: omicida, falso, calunniatore, maldicente. A lei indirizzo ciò che Paolo scriva ai Corinti, io almeno, non come lei cerco di rimanere nel campo della Parola, della Parola di Dio, non della sua sola parola << “le cattive compagnie corrompono i buoni costumi” ritornate in voi come conviene e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna>>. Lo scrivo per lei, si è circondato di consiglieri non all’altezza, è per suo bene che Paolo le scrive ed io glielo ricordo. E poi per suo uso le riporto anche ciò che traggo dalle “omelie sui vangeli” di s Gregorio Magno. Circa il suo silenzio nei miei confronti Gregorio scrive:” ma si sa con tutta certezza che il silenzio del pastore nuoce talvolta a lui stesso e sempre ai fedeli a lui soggetti”. E immediatamente dopo:” vi sono altre cose fratelli carissimi che mi rattristano profondamente sul modo di vivere dei pastori… Ci siamo ingolfati in affari terreni e altro è ciò che abbiamo assunto con l’ufficio sacerdotale, altro è ciò che mostriamo con i fatti. Noi abbandoniamo il ministero della predicazione e siamo chiamati vescovi, ma forse piuttosto a nostra condanna, dato che possediamo il titolo onorifico e non le qualità. Coloro che ci sono stati affidati abbandonano Dio e noi stiamo zitti. Giacciono nei loro peccati e noi non tendiamo loro la mano per correggerli. Ma come sarà possibile che noi emendiamo la vita degli altri se trascuriamo la nostra? Tutti rivolti alle faccende terrene diventiamo tanto più insensibili interiormente, quanto più sembriamo attenti agli affari esteriori. Ben per questo la santa Chiesa dice alle sue membra malate “mi hanno messa a guardiana delle vigne, la mia vigna, la mia non l’ho custodita” (Ct 1, 6) posti a custodi delle vigne non custodiamo affatto le vigne perché implicati in azioni estranee, trascuriamo il ministero che dovremmo compiere”. Piuttosto chiaro! Ed io non deduco, traduco!